Speciale 25 aprile

Sabato 25 aprile la nostra redazione seguirà in diretta le celebrazioni dedicate alla festa della liberazione con una diretta che partirà alle ore 9.00.
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IL DISCORSO DEL SINDACO GIACOMO MARNIGA

Rivolgo un caro saluto alle autorità civili, religiose e militari, all’ANPI , alle Associazioni d’Arma e a tutte le associazioni che hanno sempre voluto essere presenti il XXV Aprile. Saluto e ringrazio i componenti della nostra Banda Musicale che non sono mai mancati. So bene che tutti avereste voluto essere qui. Rivolgo un caro saluto a voi tutti cittadini che, numerosi, siete idealmente qui. So che il vostro pensiero, il vostro ricordo e la vostra partecipazione sono vicine anche se siete fisicamente distanti.

Quest’anno ogni cerimonia istituzionale assume una dimensione inedita perché ogni nostro pensiero è rivolto al presente. Un presente complesso per tutti, con le nostre responsabilità istituzionali e con le nostre preoccupazioni familiari.

Ma proprio dalla grande preoccupazione e dal forte desiderio di poter agire al meglio nasce il dovere di essere qui; perché senza memoria del passato il passo verso il futuro diventa più incerto e insidioso. Oggi siamo dunque giustamente chiamati a fermarci per una riflessione e, proprio nel ricordo, vogliamo cogliere anche l’opportunità di riflettere, con maggior consapevolezza, anche ai giorni difficili di oggi e di domani.

Pensando dunque al 25 Aprile, prima di tutto, è doveroso ricordare il sacrificio di tanti caduti per conquistare la libertà e per sconfiggere la dittatura nazifascista. Noi non dimentichiamo i protagonisti delle unità partigiane;Non dimentichiamo la resistenza dei militari che, dopo l’armistizio del ’43, operarono per la nuova Italia democratica; Non dimentichiamo i soldati alleati; Non dimentichiamo la Resistenza operaia; Non dimentichiamo la Resistenza delle migliaia di militari che dicendo no alla dittatura subirono la prigionia e la deportazione; Non dimentichiamo la Resistenza popolare di tante donne e uomini; Non dimentichiamo i tanti giovani che hanno combattuto per i propri ideali, anche diversi tra loro, ma uniti da un anelito di liberta.

A loro va il nostro pensiero e la nostra riconoscenza. Il nostro pensiero va anche ai tanti che, credendo all’inganno della dittatura, cedettero al fascino di un Duce e alla folle concezione di una società fatta di detentori della verità e di ingiustificabili oppositori. Pensiamo ai tanti che arrivarono così a legittimare ogni forma di restrizione della libertà altrui e furono complici o protagonisti di violenza ed oppressione sempre in nome di una presunta verità assoluta.

Gli uni ricordati giustamente come vittime di una violenta dittatura ed eroi della storia democratica del Paese e gli altri ricordati come strumenti e complici della propaganda e violenza di regime. I primi simboli della liberazione e gli altri relegati al ruolo di vinti dalla storia. Ricordiamo anche coloro che decisero di restare nel mezzo, un gran numero di indifferenti che colpevolmente, per troppo tempo, per convenienza o egoistico disinteresse fecero finta di non vedere e non sapere.

Partendo dalla celebrazione della liberazione e dei suoi protagonisti, vogliamo oggi, in particolare, soffermarci a riflettere sul processo di ricostruzione sociale, politica ed economica del Paese che ne seguì.

La Liberazione segnò infatti la fine e nel contempo l’inizio. Un inizio della ricostruzione a cui, tolti i responsabili di crimini, tutta la società di allora, resistenti, complici o indifferenti fu chiamata. Non fu la ricostruzione di una parte ma la ricostruzione di tutti. Una ricostruzione che come presupposto essenziale ebbe la Libertà. Perché la libertà conquistata non consentì ai soli oppositori attivi del regime fascista di esprimersi, agire e operare ma fu vera libertà per tutti.

Questa libertà che oggi talvolta trascuriamo, dandola per scontata, e di cui talvolta abusiamo. La libertà che ancora oggi consente a tutti di esprimere il proprio pensiero, anche a chi, ad esempio, fa sfoggio della propria condizione di ignoranza definendo il 25 aprile come la festa di una parte politica. Il 25 aprile è la festa di tutti gli Italiani democratici.

Allora, guardando ad oggi e usando le parole di Pietro Scoppola, ricordiamoci che “Il processo di liberazione non è mai compiuto: non è compiuto nelle coscienze dei singoli, non lo è nella vita sociale. La liberazione dell’uomo, di tutti gli uomini, dall’oppressione, dalla miseria, dall’ignoranza, dalla paura – e in una parola dal male – è un obiettivo sempre valido, sempre necessario e sempre aperto.”

Oggi più cha mai queste parole chiamano tutti ad una rinnovato impegno. Con l’emergenza sanitaria che ha stravolto le nostre vite abbiamo intrapreso un cammino complesso, nel quale possiamo scegliere di contribuire alla lacerazione del Paese proseguendo in un clima di reciproca contrapposizione pregiudiziale oppure possiamo co-operare insieme, facendo delle diversità ricchezza e mettendosi ciascuno, come invitava Moro a guerra ancora non finita, a fare la propria parte senza attendere che a farlo siano gli altri. Ora, come allora, le parole di Aldo Moro ci indicano un percorso faticoso ma necessario a cui tutti siamo chiamati senza poterci limitare a delegare la politica..

Ora dobbiamo percorrere una lunga e difficile strada: dobbiamo appunto ricostruire. Cominciamo di qui. Rimettiamoci tutti a fare con semplicità il nostro dovere, senza nulla perdere dei valori che in ogni opera fatta dagli uomini e per gli uomini  si ritrovano, così possiamo servire veramente la Patria che soffre. Chi ha da studiare, studi. Chi ha da insegnare, insegni. Chi ha da lavorare, lavori. Chi ha da combattere, combatta. Chi ha da fare della politica attiva, la faccia, con la stessa semplicità di cuore con la quale si fa ogni lavoro quotidiano. Madri e padri attendano ad educare i loro figlioli. E nessuno pretenda di fare più o meglio di questo. Perché questo è veramente amare la Patria e l’umanità”.

Allora, fermi i valori fondanti della Repubblica Democratica e della Liberta, nessuno si faccia detentore di verità assolute, nessuno si compiaccia di trovare conferme in notizie, spesso neppure verificate, delle proprie convinzioni. Tutti ripartiamo dal rispetto che vede nel confronto delle diversità la strada per la crescita. Ora, come allora, cerchiamo le strade di una pacificazione e riconciliazione che sappia isolare le frange estreme e riconduca, alla fatica del ragionamento e dell’approfondimento, la ricerca della risposta ai problemi che giorno dopo giorno dovremo affrontare.

Superata l’emergenza dovremo analizzare quanto è successo, le tante inefficienze viste in questo periodo di crisi ad ogni livello  ma non giudichiamo a priori senza tener conto della complessità della situazione. Non trasformiamo il dolore vissuto e la paura delle incertezze che ci attendono in una sommaria caccia al colpevole. Non dividiamoci in tifoserie della politica tra chi vede ogni errore solo da una parte e chi lo imputa solo all’altra. Non consentiamo a nessuno di chiedere il nostro consenso dipingendo l’altro come un nemico. Pretendiamo da noi stessi e da chi ha ruoli politici che le soluzioni nascano dal confronto tra idee diverse e non dalla presunzione di infallibilità.

Dopo la crisi sanitaria vivremo una crisi economica, forse globale, che certamente interesserà il nostro meraviglioso ma indebitato Paese in modo importante. Allora dobbiamo farci insieme costruttori di futuri equilibri economici e sociali anche partendo dalla nostra Comunità e dall’impegno di ciascuno.

Illuminanti la parole del compianto Cerase Trebeschi che ha saputo, pochi anni fa, ripercorrere, con la sua consueta lucidità, il cammino dei costruttori della società dal dopoguerra ad oggi, lasciandoci in eredità un messaggio prezioso.

“La mia è la generazione che ha costruito sulle macerie, ed erano macerie materiali e morali. Ma proprio come tra le macerie il costruttore deve essere capace di distinguere tra cosa può ancora essere utilizzato per realizzare il nuovo edificio e cosa invece vada definitivamente abbandonato, così la storia del nostro Paese ci insegna che anche nella vita delle nostre istituzioni non sempre ci sono state la sufficiente capacità o l’adeguata volontà di distinguere tra le pietre davvero utilizzabili e quelle ancora sin troppo legate ad un catastrofico passato.

Cosa si poteva e si doveva fare? Cosa si può e si deve fare il giorno dopo la catastrofe? Credo sia importante pensare al terzo giorno, perché questo si crea già nel modo in cui si sceglie fra le macerie durante ilprimo e nel modo in cui si comincia a costruire durante il secondo

…credo che anche oggi abbiamo di fronte la disponibilità di diffuse macerie dentro le quali distinguere il materiale da scartare e le pietre da riutilizzare. E credo che davvero per le giovani generazioni ci sia gloria e posto per tutti nella costruzione non tanto di un astratto «Diritto dopo la catastrofe», quanto di una città concreta. La loro città”.

Pensiamo già al “terzo giorno” dunque scegliendo, tra le macerie morali e materiali della nostra società, le pietre migliori, rese ancora più evidenti dalla crisi. Dovremo usarle insieme costruendo anzitutto ponti tra di noi.

Diversamente, ora o domani, arriveranno altre tragedie che ci troveranno ancora impreparati perché troppo impegnati a contrapporci.

Se ci sentiamo più affini ad una parte politica pretendiamo, prima di tutto da questa, che non si limiti alla denigrazione degli altri, ma si confronti e, se utile al Paese, riconosca e valorizzi le proposte altrui. Il ruolo di costruttori si esercita con gli strumenti della Democrazia e se vogliamo davvero una classe dirigente migliore, se vogliamo, ad ogni livello, trovare la capacita di dare risposte più adeguate ai bisogni delle Comunità locali quanto dei contesti nazionali e internazionali sempre più complessi, non possiamo concepire la Libertà, di cui abbiamo il privilegio di godere, come strumento per fermarci a criticare ma deve diventare opportunità per riprendere la fatica della partecipazione vera alla vita democratica.

La democrazia, nella ricostruzione di un Paese migliore, ora come allora, ci chiama con urgenza, a fare “con semplicità il nostro dovere”.

W l’Italia, W la Libertà, W gli Italiani!!!

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